Deliver Strike Mass – Intervista ai lavoratori


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Domani, Sabato 15 Luglio, è stato indetto un “Deliver Strike Mass”: una manifestazione in bicicletta che passerà per tutti i luoghi di lavoro dei riders con l’obbiettivo di sensibilizzare la cittadinanza attiva e chiedere all’azienda maggiori tutele. Qui Deliverance Strike Mass – 15 Luglio potete trovare tutte le informazioni sull’evento e sulle rivendicazioni. Per dare la possibilità di spiegare nel dettaglio le criticità di questo mestiere Mercoledì sera abbiamo incontrato a LUMe –Laboratorio Universitario Metropolitano- alcuni lavoratori dell’azienda di distribuzione di pasti caldi “Deliveroo” insieme a membri della rete “Deliverance Milano”. Come ben illustreranno in seguito, questo lavoro è tra i più precari quindi per tutelarli da possibili ripercussioni chiameremo i ragazzi intervistati X, Y e Z.

-Come nasce e come arriva in Italia l’attività di consegna cibo?
X: Deliveroo nasce nel 2013 a Londra ed arriva Milano nel 2015. Inizialmente fecero delle prove solo nelle zone centrali: Duomo, Navigli e Porta Romana, poi han deciso di espandersi. A Marzo del 2016 hanno aperto a Roma, ed in seguito a Bologna, Torino, Firenze, Verona e Piacenza.

-Come si è evoluta la situazione nei mesi successivi allo sciopero dei riders Foodora avvenuta a Torino nell’Ottobre 2016?
Y: Quella è stata la prima protesta in Italia, tant’è che i giornali per parlarne facevano fatica ad inquadrare il problema facendo confusione tra sharing economy e giga economy. Di sicuro quella vertenza ha avuto dei meriti perché ha raccontato le nuove forme di lavoro, quelli che chiamano “mini job”, che in realtà sono lavori a tutti gli effetti, non è che se li chiami “lavoretti” per retribuire meno i lavoratori cambia qualcosa, sono sempre una forma di sfruttamento. L’organizzazione del lavoro è sicuramente diversa, funziona tramite una piattaforma e la distribuzione dei turni avviene con una messa a disposizione del lavoratore. Il principio di fondo è lo stesso di altre forme di precariato ma fa sembrare che il lavoratore nel suo tempo libero lavori, la cosa abominevole è che non valorizzi il tuo tempo libero ma è a tutti gli effetti un secondo lavoro, per dare una mano alla famiglia o per pagare i costi degli studi ed è offensivo chiamarlo lavoretto. Questa dicitura è un modo utilizzato dall’azienda per abbindolare i dipendenti. Quella storia (la protesta di Torino) ha avuto il merito di far esplodere il problema a livello comunicativo, per settimane è stato sulle prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali, ed ha sollevato il problema. Dopo di che la vertenza ha portato a casa la parificazione del pagamento a consegna, una delle motivazioni principali che ha fatto scoppiare la protesta era la disparità di pagamento tra Torino e Milano. Questa vertenza è stata vinta, ma purtroppo alcuni lavoratori che hanno partecipato alla protesta da allora non hanno ricevuto più ordini e una volta scaduto il contratto non gli è stato rinnovato. Questa è la dimostrazione della precarietà del lavoro, loro dicono di essere stati “sloggati” perché parlando con lavoratori dell’ufficio gli è stato spiegato che esiste una funzione nel sistema che “oscura” il lavoratore senza che esso ne sia a conoscenza ed è una forma di licenziamento gravissimo. Non se ne è parlato tanto ma il 1 Maggio 2017 c’è stato il primo sciopero di riders di Deliveroo, sia a Milano che a Torino. I lavoratori piemontesi hanno avuto difficoltà a relazionarsi con l’ufficio (che ha un’unica sede a Milano da cui gestiscono tutte le città- da poco hanno aperto un altro ufficio a Roma), avevano inviato una mail senza avere risposte e allora hanno scioperato, il giorno dopo l’azienda si è recata a Torino per parlare con loro.

-Quante sono le società che a Milano gestiscono questo settore?
X: Le 5 major (multinazionali) sono: Deliveroo Foodora, Glovo, Justeat e Ubereats, poi ci sono alcune minor come Bacchette e forchette, Urban e Apparecchia Milano.

-Qual è stato il percorso di organizzazione e crescita dei riders milanesi? Quante persone sono coinvolte?

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X: All’inizio del 2017 l’ufficio ha convocato 1-2 persona a zona per parlare di alcune regole che l’azienda voleva ribadire come ad esempio il “richiamo”, fatto al lavoratore quando supera il rifiuto del 10% delle consegne in un mese, o il fatto che alcune volte i rider fossero mandati fuori zona. Dopo questo primo incontro, abbiamo deciso di fare degli incontri nelle varie zone di Milano: prima al Ravizza, poi in Sempione e in Isola (continueranno dopo l’Estate). Questi incontri sono serviti in primis per conoscere i lavoratori di altre zone. La risposta dell’azienda è stata quella di provare a mettere le zone una contro l’altra, ma i lavoratori non sono cascati nel tranello e hanno continuato a parlarsi e organizzarsi fino ad arrivare a chiamare la manifestazione di sabato.
Y: Nel terzo incontro i lavoratori entrano in contatto con Deliverance Milano. Questa associazione nasce a seguito della vertenza di Torino, dopo che ex-lavoratori, precari, attivisti e solidali sono venuti a Milano per raccontare la loro esperienza è stato creato un gruppo di lavoro che ha iniziato un percorso di ricerca e di studio del fenomeno per poter aiutare i lavoratori. Quando nell’associazione sono entrati alcuni riders di Deliveroo siamo venuti a conoscenza di questi incontri informali tra lavoratori e abbiamo deciso coordinarci con loro. Questa mobilitazione (strike mass) nasce per dare voce alle rivendicazioni e ai disagi che provano i lavoratori e che altrimenti rimarrebbero inascoltati, in quanto sulla carta risultano lavoratori autonomi, quindi senza la possibilità di scioperare.

L’azienda coinvolta nelle agitazione a Milano è solo Deliveroo? Ci sono delle differenze di “gestione del personale” tra le varie aziende?
Y: La mappatura è ancora in corso, abbiamo analizzato quasi tutti i contratti, tranne UberEats che non esiste, o meglio esiste una versione digitale che viene inviata ogni volta che il lavoratore effettua una consegna.

-In che modo le società effettuano i licenziamenti e con quali motivazioni?
X: In teoria non sei licenziabile perché sei un lavoratore autonomo, può capitare che non ti rinnovino il contratto al termine della “collaborazione”. Ovviamente è una presa per il culo e ne è l’esempio quello dei riders di Torino. Un altro motivo per cui i riders smettono di lavorare è che se superato il limite di 5mila euro l’anno decidono di non aprire una partita Iva.

Perché?
Y: Dipende da una norma del JobsAct nella quale hanno messo un limite alla ritenuta d’acconto di 5mila euro per i collaboratori occasionali.

-Quindi siete lavoratori occasionali?
Y: Non proprio, siamo collaboratori autonomi, in sostanza però è la stessa cosa, è semplicemente un altro modo per mascherare una condizione di precarietà. Il problema è che siamo considerati lavoratori autonomi ma l’azienda ci inquadra come veri e propri lavoratori chiedendo disponibilità. C’è una norma non scritta per la quale se rifiuti di accettare di lavorare nel weekend per 3 volte dovrebbero prendere provvedimenti. Inoltre c’è la questione del ranking del lavoratore utilizzato dall’algoritmo per redistribuire turni e consegne, che è evidentemente una forma di discriminazione.

-In che senso siete lavoratori autonomi?
X: Sulla carta siamo assunti come lavoratori autonomi o prestatori di lavoro, ma nella realtà la multinazionale si comporta come una agenzia interinale redistribuendo il lavoro a loro piacimento e secondo le necessità.

-Quali tutele volete ottenere con maggior urgenza e a chi vi volete rivolgere?
X: Di sicuro la prima tutela è un’assicurazione, che non è cosa da poco, o una maggior chiarezza sul contratto, infatti la maggior parte dei lavoratori non lo sa e non e lo chiede, non a caso uno degli slogan è “fai valere i tuoi diritti, nessun altro lo farà per te”. Un altro obbiettivo fondamentale è il contratto di categoria, vertenza che accomuna tutti i riders, perché domani, se cambiano le condizioni del mercato,i lavoratori subirebbero modifiche del contratto al ribasso, questo con il contratto di categoria non può avvenire. Per fare ciò si potrebbe appoggiare a contratti nazionali già esistenti come quelli della logistica o dei trasporti.

-In caso di incidenti o infortuni gravi (a fronte di una totale assenza di coperture) come si è comportata l’azienda?
Z: Ad una mia collega dopo un incidente l’azienda ha consegnato a casa un gelato… Io quando mi sono fatto male mi sono sempre medicato da solo ed una volta ristabilito tornavo a chiedere i turni. L’azienda non ha una gestione univoca degli infortuni e non si conoscono ancora casi di rimborsi per spese sanitarie dovute ad incidenti durante l’orario di lavoro ciò comporta che i ridiers, molto spesso, non avvisano nemmeno Deliveroo di essersi infortunati ma semplicemente non richiedono più turni finché non si sono ristabiliti.

-Pensate che questo tipo di lavoro sia adatto per “mantenere una famiglia”? Perché?
X: Molte persone lo fanno ed almeno sulla carta anche fattibile, poiché avendo una paga di 7€/h se uno lavora tutti i giorni per 10 ore si riesce a portare a casa una cifra dignitosa. Molte persone hanno aperto la partita Iva per poter guadagnare più di 5mila euro all’anno. Quasi il 50% dei lavoratori lo utilizzano come primo lavoro per campare, con la situazione di questi tempi non si può mai sapere… sicuramente però per guadagnare tanto devi lavorare tantissime ore alla settimana e lavorare di più aumenta i rischi in strada soprattutto quando le condizioni climatiche sono avverse.

Secondo voi c’è la possibilità di costruire una “coscienza” comune nel mondo dei riders oppure il livello di disperazione è tale che le persone, pur di lavorare, sono disposte ad accettare qualsiasi condizione. Quanto pesa la disillusione che sembra attanagliare gran parte del mondo del lavoro italiano in questo momento?
Y: Alcuni riders ci stanno provando a costruire una “coscienza” comune, si sono trovati e si stanno organizzando e ciò è avvenuto inizialmente per attitudine politica o per necessità economica ma rimane il problema che non sono messi in condizione di autorganizarsi e far valere i propri diritti soprattutto perché in questi mestieri è difficile trovare una controparte con cui relazionarsi e a cui fare arrivare le rivendicazioni. Inoltre queste aziende stanno iniziando ad assumere persone sempre più disperate (soprattutto migranti e persone con una certa età) molto più ricattabili e potenzialmente più inclini ad una ipotetica diminuzione del salario.
Z: C’è tanta paura e diffidenza a causa della precarietà, io sono da 6 mesi in questa azienda e ho visto tanta gente andare e venire. Si lamentano tutti però poi hanno paura di mettere la faccia per non perdere il posto di lavoro ma c’è da capire che se non ci si espone in tanti alla fine solo i pochi che si sono esposti avranno delle ripercussioni. Molti lavoratori si sentono “più tutelati” che in altre aziende del settore e non vedono la necessità di una protesta affermando che quando la situazione peggiorerà ancor di più allora bisognerà iniziare a lamentarsi.
Y: Stiamo realizzando un opuscolo di controinformazione frutto del pensiero del collettivo, degli studi sul fenomeno e dei racconti dei lavoratori. C’è bisogno di raccontare questo fenomeno vi proponiamo un approfondimento: La settimana del lavoro agile a Milano. Con queste nuove forme di sfruttamento è saltato il rapporto lavoro-orario-pagamento il modello è più aggressivo e il livello di sudditanza è maggiore. Il problema è che se il tuo rapporto con il datore di lavoro non è chiaro e sei comandato da una applicazione il rischio è quello di non hai un referente fisso e riconoscibile a cui rivolgersi e se hai una richiesta da fare l’ufficio te la rimbalza tra i diversi operatori. Con questi tipi di contratto è ancora peggio perché in teoria sei un lavoratore autonomo e indipendente ma in pratica ti trattano come un lavoratore dipendente è facile intuire come sia più difficile far valere le proprie richieste. Un ultima questione riguarda la “messa a disposizione”, unico diritto dei riders ad oggi e se l’azienda ti nega anche questo diritto fa un passo falso smascherando la “vera” forma di lavoro invalidando il discorso che sei un lavoratore autonomo e puoi fare quello che vuoi. Quindi partecipare alla manifestazione decidendo coscientemente di non lavorar è un modo per far capire all’azienda che si vogliono ottenere maggiori tutele.
Inoltre l’associazione ha aperto uno sportello informativo di consulenze legali, a titolo gratuito, avvocati o esperti di diritto tributario ed in questo modo si potrà aiutare i lavoratori, facendo loro capire quali sono i loro bisogni, sensibilizzandoli per far si che si costruisca ancor di più una “coscienza” comune . Inoltre è giusto ricordare che in Europa ci sono state delle mobilitazioni molto forti da parte dei riders a Londra, Bristol, Parigi, in Belgio, a Berlino…

Pubblicato da Andrea LUMe, il 14 luglio 2017 alle 14:22