Black Panthers – E la storia continua


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La comunicazione è lo strumento che più di tutti ci consente di stare assieme, è il collante della nostra società ed è il mezzo tramite cui costruiamo la nostra identità. Senza comunicare non potremmo stare assieme e quindi verrebbe meno uno dei tratti salienti che più caratterizzano l’essere umano. Se è difficile o impossibile stabilire con precisione quale sia la “vera” natura umana c’è di certo che siamo fatti per stare assieme, la qualità della nostra vita è indubbiamente legata alla qualità delle nostre relazioni sociali. La comunicazione però non è solo quella orale. Esistono molti modi di comunicare e quando la lingua non consente di capirsi è semplice trovare altri modi che ci permettono di interagire.

La nostra esperienza parte proprio da qui, la lingua non bastava e allora abbiamo utilizzato lo sport. La nostra squadra di calcio nasce dall’incontro di attivisti dei centri sociali e ragazzi appena arrivati in Italia da diversi paesi africani. Sia in Italia che in Africa la cultura calcistica è molto diffusa, le regole sono le stesse e sono gli stessi anche gli eroi che da Pelè a Messi vengono presi come punto di riferimento. E’ così che più o meno un anno fa abbiamo messo su un progetto sportivo che è stato in grado di regalarci un sacco di soddisfazioni e di scalfire una breccia all’interno dei centri di accoglienza straordinaria, luoghi che purtroppo creano grosse barriere nel contesto urbano in cui si inseriscono e dove chi ci vive non è per niente facilitato a perseguire un reale processo di integrazione.

La prima partita dei Black Panthers
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La prima partita dei Black Panthers

L’impegno non è mai mancato, numerosi allenamenti settimanali ci hanno permesso sin da subito di incassare una serie di vittorie che hanno entusiasmato atleti e i tifosi. La squadra è diventata rapidamente il punto di riferimento del centro di via Aldini e ad accompagnarci alle partite ci sono sempre state decine di ragazzi. Quando abbiamo iniziato non avevamo neanche tutti le scarpe da calcio e chi le aveva se le scambiava durante la partita nel momento del cambio, se di soldi ne avevamo (e ne abbiamo) davvero pochi, la passione è sempre stata a mille, per questo da allora è stata sempre una strada in salita.

Tra i viaggi in metro senza biglietto, dove in 50 scavalcavamo i tornelli simulando il salto agli ostacoli delle Olimpiadi in Brasile, e le decine di volte che ci hanno sbattuto giù dai treni perché giocavamo fuori città, ci siamo sempre divertiti un mondo.

Ora, dopo tanti sacrifici e tanto impegno e soprattutto grazie alla solidarietà di tutti coloro che abbiamo incontrato per strada siamo riusciti a iscriverci al campionato UISP, abbiamo le nostre divise personalizzate e sempre più gente a Milano ci conosce.

Nonostante tutte queste soddisfazioni, continua a rimanere un fantasma che ogni tot. torna a bussare alle nostre porte e che non rende tutto rose e fiori il percorso che attraversano i ragazzi della nostra squadra, il ricatto del permesso di soggiorno. Il nostro non è solo un percorso sportivo, quando scendiamo in campo lo facciamo anche per dare luce a una ingiustizia strutturale che condanna l’esistenza di centinaia di migliaia di persone solo in Italia e che rimane legato al nostro progetto un po’ come una palla di piombo al piede di un carcerato.

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L’ultima partita disputata

Tifare la nostra squadra quindi è anche tifare contro ogni forma di discriminazione, da quelle più esplicite legate alla xenofobia e al razzismo, a quelle più sottili legate alle condizioni strutturali della nostra società che escludono ampie categorie di persone dal diritto di poter conseguire una vita serena.

Black Panthers

Un video sulla storia dei Black Panthers

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Pubblicato da Matteo, il 23 novembre 2016 alle 01:05