Wiola si presenta. Qualche riflessione sulle politiche di decoro urbano


La comparsa di Wiola in città stimola il dibattito a proposito di writing, sicurezza e decoro urbano.

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Era il 3 Maggio 2015, due giorni dopo i fatti del Primo Maggio NoExpo, quando in città scesero in piazza migliaia di persone sotto la parola d’ordine “Nessuno tocchi Milano”. Furono ripulite tutte le scritte fatte due giorni prima durante il corteo NoExpo. Molti si ricordano ancora la fotografia emblematica della giornata. La scritta “Carlo Vive” cancellata da alcuni ragazzini probabilmente inconsapevoli. Una scritta simbolo per diverse generazioni e da sempre carica di un alto significato umano, ancora più che politico, ridotta a puro simbolo di vandalismo e teppismo. Nasceva quello che molti avrebbero chiamato il “popolo delle spugnette”.

In realtà la sua incubazione arrivava da molto lontano. Già negli anni ’90 il centro-destra meneghino aveva dato fuoco alle polveri con campagne contro i graffittari. Molti di noi ricordano la vera e propria guerra dichiarata dall’allora vice-sindaco Riccardo De Corato ai graffiti politici presenti nella metropoli (cancellato quello dedicato a Carlo Giuliani davanti all’ex-Deposito Bulk in Via Bramante, cancellato quello dedicato a Davide Cesare in Darsena e cancellati quelli fatti in Vetra). Vere e proprio opere d’arte conosciute in tutto il mondo e che molti ci invidiavano trasformate in vicende criminali…

Nelle giornate di furore legalitario che seguirono il Primo Maggio 2015 furono anche cancellati gli splendidi murales disegnati da Pao in Via Cesariano. Seguì una polemica e un dibattito che spaccò l’opinione pubblica, ma fu in qualche modo salutare riuscendo a porre alcuni interrogativi importanti [1, 2, 3, 4]. Più di 2 anni sono passati da quei giorni. Nel frattempo abbiamo visto il tema del decoro crescere di giorno in giorno diventando centrale nell’agenda politica. C’è chi (nel PD), a Milano, durante la campagna elettorale dello scorso anno, ne ha fatto un vero e proprio cavallo di battaglia.

Oggi sulla poltrona del Ministero degli Interni siede Marco Minniti, un uomo politico figlio di un antica tradizione “d’ordine” del fu Partito Comunista Italiano. Non è appunto un caso che siano principalmente opera sua due leggi molto restrittive e in pieno spirito Law & Order: quella su decoro e sicurezza urbana che dichiara guerra senza quartiere ai writers e quella che stringe le maglie del diritto d’asilo. In questi due anni però qualcuno e qualcosa si è mosso anche per cercare di porre un argine a questa deriva securitaria.

Di qualche giorno fa è la comparsa sulla scena di Wiola che da quello che abbiamo sentito durante la conferenza stampa di lunedì 12 Giugno pone, con un linguaggio diverso da quello consueto della comunicazione politica, tre questioni importanti alla città:

1- Basta con le campagne di criminalizzazione che il Comune di Milano, in primis, assieme alla politica nazionale operano contro chi usa i muri per comunicare: milioni di euro spesi per squadre speciali anti-writer, opuscoli distribuiti nelle scuole, campagne mediatiche, e procedimenti penali non solo per imbrattamento ma anche per associazione a delinquere. Campagne culturali e repressive che negano la storia di un’arte nata in strada, e che puntano a costruire una società basata su controllo e paura. Tutto deve essere commisurato alla realtà, anni di carcere e decine di migliaia di euro come condanna per la colorazione dei muri sono assurdità. Che le leggi siano fatte su un piano di realtà e non di speculazione politica.

2- Che il Comune di Milano decida: artisti o criminali? Basta ambiguità. Il valore dell’opera non è dato dalla commissione o non commissione della stessa, ma dalla sua bellezza. Il comune di Milano promuove campagne anti-writer, li denuncia e demonizza ma poi agli stessi da commesse per migliorare, a basso costo, zone della città. La dicotomia artisti/criminali è follia, che la giunta Sala decida.

3- Che la giunta Sala si rifiuti di utilizzare i poteri speciali che lo scellerato pacchetto Minniti-Orlando attribuisce al Sindaco. No quindi al Daspo urbano (già usato da questa giunta contro tre writer spagnoli) inserito nell’ex decreto, ora legge, sulla sicurezza.

Le politiche securitarie di decoro urbano non fanno altro che mettere la polvere sotto il tappeto di giganteschi problemi sociali che avrebbero bisogno di ben altre ricette.

Pubblicato da Matteo, il 14 giugno 2017 alle 12:46