Razzismo 2.0 e Partito Democratico


image-51623

Sono passati ormai 6 anni dallo scoppio della guerra civile in Siria e dalla caduta del regime di Muhammar Gheddafi. Questi eventi, inseriti all’interno di ciò che i giornalisti europei hanno definito “Primavera Araba”, hanno avuto tra le tante conseguenze la crisi umanitaria siriana e la riapertura della rotta libica. A partire dal 2014/2015 si assiste quindi a un nuovo boom di migrazioni irregolari all’interno del Mar Mediterraneo, che ha iniziato ad attirare l’attenzione dei media quando centinaia di migliaia di persone sono iniziate a scappare dalla Siria verso Libano, Turchia e poi Paesi nord europei. Nel frattempo la guerra civile in Libia ha posto fine al regime di controllo delle coste e riaperto la rotta via mare verso l’Italia, che era stata fortemente limitata da Gheddafi.

È durante questi anni che il tema delle migrazioni diventa oggetto di dibattito centrale in tutti i media europei, determinando parte dell’agenda politica dei Paesi investiti da questo fenomeno e gli equilibri interni della stessa UE. Il divario tra realtà e percezione ha generato miti, leggende e mostri. Basta dire, in relazione ai toni sempre più allarmistici che accompagnano qualsiasi discussione, che le migrazioni di cui si parla sono una netta minoranza rispetto alle migrazioni generali che investono l’Europa, e che sono pressoché insignificanti se inserite in una analisi globale delle migrazioni oggi.

In questo contesto i media occidentali hanno coniato la locuzione di “refugees crisis” e da allora forme di razzismo sempre più esplicito, retoriche nazional-svoraniste e bufale di ogni genere prendono spazio con prepotenza nell’arena del dibattito pubblico. I social network e i nuovi strumenti di comunicazione fanno da amplificatore a una fetta di popolazione che vede nei migranti una delle cause principali della crisi economica e dell’impoverimento del welfare state. Posizioni di questo tipo sono sempre più presenti nel chiacchiericcio di fondo che si sente ormai ovunque in giro. Anni di Del Debbio, Salvini e Meloni, anni in cui la macchina del terrore contro il diverso ha trovato sempre più spazio all’interno di talk show, giornali di destra, ma anche di ”sinistra”, hanno creato di fatto un humus di pregiudizi e intolleranza che permea una buona fetta della nostra società.

Da qui però pensiamo che occorra fare delle precisazioni. È vero che l’Italia è piena di razzisti, di gente che sui social magari non sa neanche mettere l’acca davanti al verbo avere, ma che richiama alla difesa ”della nostra cultura” di fronte agli ”invasori”. Un po’ meno vero è che il razzismo, sopratutto nelle periferie, sia causato dalla crisi economica. Questa nuova narrazione in cui il popolo affamato si rivolta spontaneamente contro gli immigrati, come se fosse una cosa naturale, è una visione che non tiene conto di tutti quei processi attraverso i quali i pregiudizi vengono costruiti, è una narrazione falsa che va combattuta. Quello contro i migranti non è un odio spontaneo, ma un odio artificiale, manipolato e indirizzato da speculatori, che trovano in questo fenomeno un ottimo strumento per acquisire credibilità, vendere fumo e nutrire il proprio bacino di utenze elettorali. Il falso mito che il razzismo sia risposta spontanea e di ”popolo”, e che di conseguenza trova nelle destre rappresentanza è una bufala che deve essere decostruita, semmai il processo di attivazione di questo fenomeno è inverso.

La situazione che viviamo è grave, ma sicuramente meno grave di quella che si percepisce sui social o guardando la TV.
Perché se da un lato una fetta di Paese diventa sempre più razzista, dall’altra è giusto tenere in considerazione che non sono pochi nemmeno coloro che si spendono ogni giorno per portare solidarietà. Sicuramente i primi fanno molto più casino. Ancora di più sono coloro ai quali, nonostante tutto, di sto dibattito non interessa niente. Probabilmente in Italia la maggior parte delle persone non sa nemmeno chi sia Minniti. Siamo davvero un Paese spaccato in due? La situazione è forse più complessa. Viviamo una realtà frammentata, eterogenea, che non trova giustizia in descrizioni stereotipate e semplicistiche che sono un freno sia per la comprensione che per l’individuazione di quelli che potrebbero essere gli spazi di intervento dei movimenti oggi. Più che spaccata in due sembra che siamo spaccati in tanti pezzi, dove la maggior parte della gente vive isolata dal resto, individualizzata e distaccata da qualsiasi forma di partecipazione politica, e dove anche i cosiddetti “blocchi sociali” pro e contro riguardano una porzione di popolazione molto più ridotta di quanto ci piaccia pensare. Insomma un dibattito infiammato ai due poli, ma meno egemone di quanto sembra.

Ma Salvini e Meloni hanno davvero spostato una fetta di Paese più a destra?
La crisi del berlusconismo, la relativa destituzione del Cavaliere, e la mancanza di un leader che possa tenere tutti sotto lo stesso cappello ha fatto vivere un periodo di stallo sia alla rappresentanza che alla base elettorale della destra italiana dal 2011 al 2013. Un centro-destra smorzato, con una fitta fuoriuscita di voti verso i 5Stelle è stato improvvisamente rivitalizzato dall’entrata in scena nel dibattito pubblico delle migrazioni. Insomma, se non fosse per i migranti difficilmente Salvini, Meloni e altri sarebbero riusciti a convincere una fetta di popolo disillusa a poterli votare di nuovo: avrebbero trovato molto più facilmente in Grillo una nuova icona nazional-popolare da seguire, o nell’astensione un modo di esprimere il crescente menefreghismo rispetto a un dibattito che si era arenato su spread, borsa e altro. La retorica sovranista grillina nel periodo di Monti era decisamente più accattivante di quella dei leader di destra. In tutto ciò pensiamo che il ruolo delle destre populiste in Italia non sia stato quello di spostare a destra una fetta di Paese, ma semplicemente di radicalizzare le parole d’ordine per ricompattare il vecchio bacino elettorale di Berlusconi sotto a nuovi leader. Dubitiamo fortemente che elettori del PD siano rimasti incantanti dai comizi xenofobi di Salvini e che abbiano tutto a un tratto cambiato bandiera. Dopo anni di derisione e sfottò televisivo sul bunga bunga e sulla loro stupidità, l’elettorato di destra può tornare alla riscossa sparando cazzate a destra e manca sui social, e mirare a vincere sedendosi sulle spalle di nuovi leader. Quindi in sostanza, la destra è più radicale di prima ma in fin dei conti son sempre gli stessi. Rispetto al passato però ora hanno molti più strumenti per esprimersi, l’anonimato che un tempo votava Forza Italia, quelli che tutti si chiedevano “ma chi cazzo sono?” ora hanno una voce propria e sui social possiamo “finalmente” sentirla.

In tutto questo dobbiamo però esplicitare un tema che crediam sfugga ai più: il vero danno culturale, il vero spostamento a destra non è provocato da Salvini e Meloni, ma dalla nuova linea politica del Partito Democratico. Renzi non sta solamente cercando voti a destra ma sta spostando a destra una fetta di Paese. Renzi non sta solo uccidendo ”il centro-sinistra” in termini di rappresentanza politica e di istanze che il suo partito persegue. Renzi sta uccidendo quella che è la cultura di sinistra in Italia, dichiarando guerra ai valori che nelle varie sfaccettature le hanno sempre dato dei tratti comuni. Siamo passati dalla sinistra che difende i lavoratori e i diritti civili, alla sinistra liberal, che non si interessa più dei lavoratori, ma che comunque si distingue dalla destra sui diritti civili, a un Partito Democratico che è diventato un partito ”piglia tutto” tout court, in cui il tema della sicurezza diventa centrale e in cui i diritti civili e la difesa di minoranze fanno solo perdere voti. In tutto ciò resta viva la cieca osservanza alla linea di partito.

Qualcuno si è staccato, piombando nell’insignificante, altri son stati fatti fuori, ma il grosso del PD, e lo abbiamo visto dalle ultime primarie, vede in Renzi e nella sua linea l’unica possibilità di vincere. Dove vincere diventa l’unico obiettivo politico. Vincere a qualsiasi costo, mettendo da parte tutto ciò che è di sinistra, per mirare a governare. L’apice di questo cambiamento non poteva che emergere sul tema delle migrazioni. E questo più che nella sostanza dei decreti Minniti, lo vediamo dalla strategia di comunicazione adottata dalle figure di punta del Partito Democratico. Dal celebre post su Facebook ”aiutiamoli a casa loro” è partita un’escalation in cui il fondo si è toccato con la questione ONG. Sparare sulla croce rossa. Calunniare organizzazioni non governative per cercare voti, teorizzare ”l’estremismo umanitario” per chi salva vite. Non potevano che trascinarsi dietro tutti quelli che, col piattino in mano, si sono adeguati alla nuova linea. In primis i vergognosi Corsera e Repubblica. Completando il ribaltamento dei valori, con la solidarietà che diventa reato e la miseria che diventa colpa.

Questa netta frattura col passato, in cui si è passati dalla Bolognina alla Leopolda, fa vivere un periodo di forte crisi alla sinistra italiana. A sinistra del PD forse si sta ancora peggio. In un momento in cui bisognerebbe mostrare spina dorsale e orgoglio partigiano, scendere in piazza e dire con fermezza ciò che si pensa, il frastagliato mondo a sinistra del PD non produce che discussioni incomprensibili, guerre intestine di posizionamento e alleanze per la spartizione di percentuali da nulla cosmico, continuando peraltro a riproporre volti e linguaggi superati e minoritari. Proprio il cliché di quella sinistra da cui Renzi si è voluto distaccare platealmente. Quella inutile e ammuffita, che ti ricorda perché i 5Stelle prendono così tanti voti. Prima ci sbarazziamo di loro, meglio è.

Completamente inaspettata è invece la presa di posizione sulla questione migranti di una serie di soggetti che difficilmente avremmo potuto immaginare “assieme”.
Mentre il PD si sposta a destra, il Vaticano svolta radicalmente a sinistra, mentre a destra si parla di difendere la cristianità europea, papa Bergoglio visita l’isola di Lesbo, chiede l’apertura delle frontiere e Famiglia Cristiana diventa una redazione battagliera e antifascista.

Altri soggetti che su questo tema hanno fatto la differenza sono diversi pezzi del movimento lgbitq*: oltre alla continua solidarietà portata in gran parte dei Pride e delle mobilitazioni degli ultimi anni, nel movimento antirazzista sono uno dei soggetti da sempre presente. Senza di loro, moltissimo di ciò che è stato fatto negli ultimi anni non esisterebbe.

E infine l’indignazione di tutte quelle associazioni e ONG che su questo tema, oltre a sentirsi tradite, stanno combattendo in prima linea. I partigiani di oggi non possono che essere i volontari di Medici Senza Frontiere che sfidano il governo andando a salvare vite fuori dalle coste libiche.
Per la sinistra radicale l’unica soluzione non può che essere quella di togliersi la puzza da sotto al naso e mettere i temi, i valori e i contenuti davanti al feticcio dei propri costumi e tradizioni e perfino davanti all’incrollabile fiducia nella propria orgogliosa identità. Creare un movimento sociale scevro da logiche di rappresentanza è l’unica alternativa alla morte dei nostri diritti per mano di politiche securitarie e neo-fondamentaliste. Un contenitore in grado di tenere dentro tutti questi soggetti che per conto proprio stanno già facendo molto. La piazza del 20 Maggio milanese è stata un embrione di questa possibilità verso il futuro, sta un po’ a tutti ora mostrare la differenza tra noi e la sinistra inutile, di lusso e ammuffita.

Pubblicato da Redazione_Mim, il 11 agosto 2017 alle 17:02